Home Articoli e News Ultime Lo stress cronico: la sindrome del burnout negli operatori delle Forze dell’Ordine e del Soccorso

 

di Luigi Lucchetti, presidente AIGESFOS

 

Le persone pagano un prezzo molto alto per fare da guardiani ai propri fratelli e sorelle

(Cristina Maslach)


Nelle professioni di aiuto, oltre alle competenze tecniche, è richiesto un rapporto emotivo con le persone, fattore che risulta centrale nello svolgimento dell’attività lavorativa. In questa tipologia di professioni la pressione emozionale derivante dallo stretto contatto con la gente è una componente costante dell’attività lavorativa quotidiana.

Pensiamo ad esempio a medici, vigili del fuoco, operatori di polizia, insegnanti assistenti sociali, operatori della salute mentale, ecc.

Il seguente contributo si focalizzerà sui rischi psicologico-relazionali evidenziando l’alto prezzo che può essere “pagato” dagli operatori delle Forze dell’Ordine e del Soccorso e le strategie di supporto che possono essere impiegate per affrontarli e ridurli

 

Sindrome del burnout

 

Burnout: termine introdotto nel 1974 da Herbert J. Freudenbergen per indicare un quadro sintomatologico caratteristico di operatori di servizi comunitari particolarmente esposti a condizioni di tensione dovuta ad un rapporto diretto e continuativo con una utenza particolarmente disagiata o difficile.


Traduzione in italiano di “burnout”: scoppiato, bruciato, usurato, cortocircuitato, esaurito, fuso, cotto.

Una sindrome di esaurimento fisico ed emotivo che porta allo sviluppo di un concetto negativo di sé, un’attitudine negativa verso il lavoro, e la perdita di empatia e di interessi nei confronti dell’utenza” (Pines, Maslach)

 


Le tre dimensioni costitutive della sindrome del burnout

 

1. l’esaurimento emotivo: la sensazione di ritrovarsi sfiniti, logorati, inariditi, svuotati delle proprie energie e risorse emotive, come conseguenza del costante sovraccarico emozionale indotto dal lavoro in stretto contatto con l’utente.


2. la depersonalizzazione: l’insieme di atteggiamenti negativi fino al cinismo maturati nei confronti delle persone a cui è indirizzata la prestazione e che danno origine all’agire freddo, meccanico e distaccato spesso manifestato dagli operatori colpiti dalla sindrome.


3. la ridotta realizzazione professionale: il declino del proprio senso di competenza e di efficacia professionale ed il prevalere di una sensazione di inadeguatezza, o meglio di una autovalutazione negativa espressa sia nei confronti di se stessi che della complessiva prestazione lavorativa espletata in favore degli utenti.

 


Chiave interpretativa del burnout


Alcuni autori ritengono che il burnout derivi da una mancanza di reciprocità sperimentata nelle relazioni sociali di scambio, ad un livello sia interpersonale che organizzativo.

 

Le Helping Professions sono professioni caratterizzate da un ruolo “genitoriale” in cui l’operatore è chiamato sempre a dare, mentre nei più comuni rapporti umani dare ed avere sono compresenti. Infatti l’umanità a cui queste professioni (poliziotti, medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, religiosi, operatori sociali) sono rivolte ed a cui sempre “dare” è quella sofferente, debole, bambina o deviante.

La mancanza di reciprocità si sperimenta quando si percepisce che le energie investite non sono proporzionali alle “ricompense” ottenute in cambio.

Le manifestazioni somatiche del burnout

o senso generale di affaticamento ed esaurimento;

o insonnia, incubi;

o disturbi gastrointestinali ed ulcera;

o mal di schiena, vulnerabilità alle infezioni;

o cefalee frequenti, palpitazioni, dispnea;

o modificazione delle abitudini alimentari in eccesso o in difetto con conseguenti cambiamenti ponderali;

o difficoltà nella sfera sessuale.

Le manifestazioni psichiche del burnout

o senso di incapacità e di impotenza, apatia;

o ansia, rigidità del pensiero, paranoia;

o ossessioni, fobie;

o persistenti sensi di colpa, depressione fino al suicidio (eccezionalmente);

o atteggiamento negativo verso se stessi, il lavoro, gli altri e la vita in generale;

Le manifestazioni comportamentali del burnout

o condotte di ritiro ed isolamento;

o incapacità di chiedere aiuto e di fruire di una rete di sostegno;

o difficoltà di concentrazione, fuga dalle responsabilità;

o irritabilità e risentimento, conflitti interpersonali ed antagonismo;

o diminuzione dei contatti con l’utenza;

o frequenti ritardi sul posto di lavoro, assenteismo;

o rendimento lavorativo ridotto;

o ricorso all’alcool, sostanze stupefacenti o farmaci psicotropi;

o divorzio, dimissioni, comportamenti violenti;

o coinvolgimento in problematiche penali, civili e disciplinari.

 


Conseguenze negative del burnout


Livello individuale: sofferenza fisica ed emotiva dell’operatore con riflessi negativi sull’ambiente familiare e le relazioni interpersonali intime;

Livello dell’ambiente lavorativo: contrasti interpersonali, ridotto rendimento, assenteismo, fuga dalle proprie responsabilità, danno all’immagine dell’istituzione;

Livello dell’utenza: diminuzione della qualità e quantità dei servizi fruiti, vissuti di spersonalizzazione, perdita di fiducia nelle istituzioni che erogano servizi alla persona.

Livello della società: danni economici connessi ai punti precedenti, maggiore prevalenza dei disturbi mentali e da uso di sostanze, aumento dei contenziosi legali, sfiducia verso i programmi di intervento sociale, per la salute e la sicurezza attuabili dallo Stato.

 


Livello di analisi del burnout


Individuale: centrato sulle caratteristiche socio-demografiche (sesso, stato civile, età, livello culturale, anzianità di servizio, ecc.) e personologiche;

Organizzativo-ambientale: indirizzato a fattori come le caratteristiche dell’utenza ed il tempo trascorso con essa, il rapporto con colleghi e superiori, le prospettive di carriera, le modalità della supervisione, le caratteristiche dell’ambiente lavorativo, i vincoli burocratici all’interno dell’organizzazione;

Socio-culturale: rivolto a caratteristiche quali il riconoscimento sociale di determinate professionalità, l’atteggiamento nei confronti degli errori attribuiti a questi operatori, la trasformazione subita da alcune istituzioni in conseguenza dei mutamenti socio-culturali, i problemi socio-economici incidenti sulle modalità di svolgimento di particolari attività lavorative.

Soffermare l’attenzione unicamente sulla personalità degli operatori colpiti dalla sindrome sarebbe come scegliere di “analizzare la personalità dei cetrioli per scoprire perché sono diventati sottaceti, senza però analizzare il barile di aceto in cui sono stati immersi!” (Cristina Maslach)

Analogamente inopportuno sarebbe cercare dei capri espiatori in quanto “Il fenomeno è tanto diffuso, le persone colpite tanto numerose, le loro personalità e retroterra tanto vari che non ha senso identificare nei <<cattivi>> la causa di quello che è chiaramente un risultato indesiderabile”. (Cristina Maslach)

 


Fattori specifici che possono contribuire allo sviluppo del burnout nelle Forze dell’Ordine


1- Conflitto o ambiguità di ruolo: si determina quando un operatore di polizia percepisce una incompatibilità tra il comportamento richiesto dal proprio ruolo e le motivazioni ed i valori personali, o uno scompenso fra le richieste della situazione lavorativa e le risorse individuali. Si deve al riguardo osservare come a partire dagli anni ’80 il livello culturale degli operatori di polizia si sia notevolmente innalzato anche e soprattutto nei ruoli più propriamente esecutivi, determinando oggettivamente un divario fra livello del compito svolto e consapevolezza del proprio valore e delle ambizioni personali.

2- Conflitti con i superiori: l’aumentata dialettica con la gerarchia che si è registrata successivamente alla smilitarizzazione ed al diritto di rappresentanze sindacali può rappresentare un fattore che, attraverso le tensioni che si innescano nell’ambiente lavorativo, contribuisce all’insorgenza dell’esaurimento emotivo che per molti rappresenta la spinta iniziale per l’evolversi della sindrome.

3- Conflitti con i colleghi: derivanti dalla rivalità e dalla competizione interpersonale che si accentuano generalmente in mancanza di una leadership autorevole. Il supporto dei colleghi viceversa rappresenta un fattore protettivo nei confronti delle situazioni stressanti e dei momenti di crisi.

4- Incidenti critici: le sequele psicologiche non adeguatamente superate di eventi a forte impatto emotivo possono contribuire allo sviluppo della sindrome.

5- Mancanza di un’adeguata supervisione: il maggiore livello culturale degli operatori di polizia, la più generale tendenza all’individualismo presente nella società, l’aumentato carico di responsabilità assunto dai ruoli superiori con diminuzione del tempo a disposizione per le singole attività, il divario generazionale che man mano tende ad incrementarsi anche fra soggetti con pochi anni di distanza anagrafica, contribuiscono a “sfocare” l’importanza di un’adeguata supervisione che riveste invece un fattore protettivo nei confronti del burn-out.

6- Difficoltà nelle relazioni familiari: il rapporto fra relazioni familiari e burn-out è bidirezionale; se da una parte più alti livelli di burn-out implicano maggiori tensioni familiari, dall’altra importanti difficoltà in ambito familiare contribuiscono a generare maggiore stress e rischio di burn-out.

7- Difficoltà ad esprimere i propri sentimenti ed emozioni: molti ritengono che questo sia uno dei principali fattori responsabili dell’insorgenza del burnout. Ciò è dovuto sia a fattori culturali che vogliono il poliziotto distaccato ed imperturbabile, che alle caratteristiche del contesto organizzativo, il quale induce gli operatori a mantenere un aspetto esteriore di professionalità, anche quando si fa schermo di sentimenti ed emozioni che rimangono inespressi.

8- Limiti della formazione professionale: specialmente in passato causati da necessità di immettere rapidamente in servizio gli operatori per le pressanti esigenze di sicurezza; la formazione risente di limiti culturali del nostro paese in cui si tende ancora a privilegiare nettamente l’istruzione rispetto all’acquisizione del saper fare e del saper essere.

 


Ricerche sulla sindrome del burnout nelle forze dell’ordine italiane


Gli studi relativi alle forze dell’ordine italiane sono scarsi e condotti su un numero limitato di operatori di polizia. dagli stessi si possono ricavare le seguenti indicazioni di massima:

• Le donne dichiarano livelli di burnout superiori a quelli degli uomini (esse sono solamente più sincere o viceversa più a disagio?);

• Gli uomini evidenziano un maggior grado di soddisfazione lavorativa (perché impiegati in mansioni più significative o perché meno sinceri?);

• I soggetti che hanno un punteggio medio più alto nella scala del burnout sono quelli ai primi anni di servizio (ciò a causa di una tipologia di impiego più gravosa o in quanto non hanno ancora sviluppato adeguate strategie di coping?);

• Gli operatori di polizia che hanno un’anzianità di servizio tra gli 11 e 20 anni evidenziano maggiori livelli di soddisfazione lavorativa (perché più effettivamente realizzati nel lavoro o in quanto hanno attese più realistiche riguardo lo stesso?)

Le due dimensioni del burn-out e della soddisfazione lavorativa, appaiono comunque inversamente proporzionali.

• I punteggi più bassi vengono registrati nei soggetti che svolgono attività investigativa: ciò sembra confermare che il feedback positivo che si ricava dalla propria attività lavorativa rappresenta un fattore protettivo nei confronti del burn-out;

• Per quanto riguarda le variabili demografiche l’unico elemento significativo riscontrato è quello della correlazione negativa fra burn-out e numero dei figli. ciò sembra poter essere spiegato con le maggiori risorse di coping acquisite da chi è abituato a risolvere i problemi con i figli, e con la minore polarizzazione sul lavoro di chi ha una famiglia e dei figli riguardo alle attese di realizzazione personale.

 


Linee guida: Strategie per promuovere il benessere nelle forze dell’ordine e ridurre il rischio di burnout

realizzare un turn-over più attento nelle attività maggiormente a rischio di burnout;

• aumentare le possibilità di progressione di carriera con un maggior ricorso al reclutamento dall’interno dell’istituzione attraverso il bando di concorsi interni;

• investire maggiori risorse nella formazione indirizzata a fornire:

o competenze adeguate per sviluppare una leadership autorevole da parte dei ruoli superiori;

o competenze adeguate di carattere relazionale per i ruoli più direttamente a contatto con l’utenza;

o conoscenze approfondite riguardo la problematica generale dello stress lavorativo, ed in particolare del burn-out, e delle strategie di coping per affrontarlo;

o consapevolezza degli aspetti conflittuali impliciti nella vita lavorativa e delle possibilità di confronto con tali situazioni;

o potenziamento delle competenze comunicative sia per quanto riguarda le relazioni interne che nei confronti dell’utenza.

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